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Claudio Fatti

Resistere Resistere Resistere!!!
January 01

Timori del manovratore

Si discute spesso, ultimamente, della riforma della giustizia tanto auspicata da Berlusconi e dalla maggioranza. Tra i vari procedimenti ne svetta uno in particolare. La cosiddetta “legge bavaglio”. La, per così dire, riforma ha un solo scopo: quello di mettere un freno, un bavaglio, appunto, alla magistratura e alla libera informazione in ambito di cronaca giudiziaria. Che è poi il tipo di cronaca che più fa paura alla Casta. Sia mai che i cittadini vengano a sapere dei procedimenti giudiziari contro la classe dirigente. Per carità. E per fare ciò, Berlusconi, in seguito anche alle intercettazioni delle sue telefonate con Saccà, consigliato dai suoi avvocati, ha pensato bene di limitare le intercettazioni. Oddio, limitare è un eufemismo. Diciamo le cose come stanno: impedire le intercettazioni. I limiti prevedono la possibilità di intercettare telefonate solo per i reati di mafia e terrorismo e la riduzione dei tempi di controllo degli apparecchi telefonici, che già sono bassi. Tutti gli altri crimini sono esclusi. Quindi, se un inquirente, con autorizzazione del pm, sta tenendo sotto controllo i telefoni di uno sospettato di mafia, e nel corso delle intercettazioni sente parlare di un furto, o di un omicidio, o di una tangente, non potrà usare le intercettazioni per imputargli i suddetti reati, e dovrà cestinare il contenuto delle intercettazioni. Paradossale.

Il motivo addotto è quello della privacy. La privacy dei cittadini, dice. Quando però tutti sappiamo che le intercettazioni possono avere luogo solamente nella misura in cui, in un’indagine, il pm dia l’autorizzazione a mettere un dato apparecchio telefonico sotto intercettazioni. Quindi, la privacy di chi? Dei criminali? Probabile. In particolare dei criminali della pubblica amministrazione: tangentisti, corruttori, falsari del bilancio, truffatori etc. Più che di diritto alla privacy si dovrebbe parlare di garanzia di impunità per i reati della Casta. Altra motivazione addotta è quella degli sprechi in campo economico. A dire del ministro Alfano, l’Italia è il paese che spende di più in intercettazioni telefoniche. Balle. L’Italia è, nell’UE, tra i paesi che spendono di meno e che utilizzano di meno lo strumento delle intercettazioni. Ma ai giornali, che dovrebbero bastonare i ministri e i parlamentari bugiardi, questo dato sembra sfuggire. Che ci siano sprechi in ambito di intercettazioni è vero. Sono anche sprechi ingenti. Ma sono facilmente risolvibili. Ad esempio, le strutture usate per le intercettazioni, sono in affitto. Lo stato, ogni volta che necessita di utilizzare gli strumenti adatti, paga a una determinata azienda (credo Telecom, ma non vorrei dire stupidaggini) l’affitto dei locali per le intercettazioni. Locali che peraltro sono utilizzati per tutto l’anno. Quindi all’azienda non servono, perchè altrimenti negherebbe il noleggio, lo Stato, che li usa per tutto l’anno, invece che acquistare i locali, con una spesa che si aggirerebbe attorno ai 2 milioni di euro, li paga in affitto. Mensilmente. E’ ovvio che i costi lievitano. Quindi il caro ministro potrebbe lavorare su questo tipo di sprechi, anzichè dare un taglio netto alle intercettazioni. Di certo è più difficile per lui, ma lo paghiamo anche per questo. E non poco.

Fermare le intercettazioni non significa garantire la privacy. Fermare e intercettazioni comporta un enorme ostacolo alle indagini. Di qualsivoglia genere: dallo spaccio alla mafia, dal ricatto allo sfruttamento della prostituzione, dalla corruzione alla rapina etc. Auspicano a un ritorno delle indagini “in vecchio stile”, loro. Come lo vogliono scoprire un reato di corruzione? Con l’impermeabile e la lente di ingrendimento? Il procedimento è semplice: gli inquirenti sospettano un pregiudicato per una rapina in banca perchè, dalle imagini delle telecamere di sorveglianza, il soggetto appare simile alla descrizione di tale pregiudicato, gli mettono il telefono sotto intercettazioni e, se questi parla della rapina con un complice o con chicchessia, può essere incastrato.

Inoltre, quando si parla di intercettazioni, Berlusconi punta sempre il dito contro la magistratura delle cosiddette “toghe rosse”, urla al complotto, all’attacco mediatico, all’eversività dei magistrati. Si proclama innocente e accusa la magistratura che svolge il suo dovere di essere politicizzata. La accusa di giocare sporco contro la politica, in particolare contro di lui. E subito fioriscono titoloni sui giornali, servi del potere, che parlano di un conflitto tra politica e magistratura. L’unico conflitto che vedo è quello tra la legge e chi non la rispetta. Del resto, si sa, nessuno lo può giudicare. Ma dico io, se sei convinto della tua innocenza, vai in tribunale e fatti processare, usa i mezzi che ti offrono la democrazia e la Costituzione, non cercare procedimenti ad personam e lodi incostituzionali, come il lodo Alfano.

La cosa che però stupisce in tutto questo, è che, mentre la Destra, come sempre ha fatto nell’era Berlusconi, vota le leggi vergogna a capo chino, la Sinistra, ad eccezione di Di Pietro e dei suoi, invece di fare opposizione come si deve, punta al dialogo con la maggioranza. Invece di dargli addosso su questi procedimenti antidemocratici, gli vanno incontro. E dal Pd già arrivano voci favorevoli alla “legge bavaglio”. Dopotutto in questi ultimi mesi le intercettazioni telefoniche hanno inguaiato non pochi piddini.

E Veltroni abbocca alla trappola…

December 29

I mandarini della Casta

 

Pubblico di seguito il testo di Passaparola di questo lunedì.

 

"Buongiorno a tutti.
Questo è l'ultimo appuntamento con il Passaparola del 2008, quindi è un'occasione per farci gli auguri e per raccontarci un paio di cose che oggi riguardano i processi e le indagini che stanno investendo in varie parti d'Italia il Partito Democratico e la sua reazione.
La reazione iniziale di Veltroni, va detto, era stata buona e civile, quella che ci si attende da un leader di una democrazia normale, e cioè massima fiducia nella magistratura, facciamo autocritica, poniamoci la questione morale, evitiamo i complottismi.
Poi via via col passare dei giorni siamo arrivati alle ultime esternazioni, che sono iniziate quando è stato scarcerato dagli arresti domiciliari Luciano D'Alfonso, sindaco di Pescara.
Allora la posizione del PD ha cominciato a declinare verso non dico una posizione berlusconiana ma molto vicino.
Nel frattempo, hanno pizzicato il figlio di Di Pietro e alcuni collaboratori campani di Di Pietro nell'inchiesta napoletana, dalle quali è risultato che il figlio e alcuni suoi collaboratori segnalavano amici per incarichi a questo provveditore per le opere pubbliche.
Non è reato segnalare amici per incarichi, è però malcostume, quindi bene ha fatto Di Pietro a tirare le orecchie a suo figlio.
Nel suo, come negli altri partiti, ci dovrebbe essere immediatamente l'intervento del collegio dei probiviri che esamina i casi non penalmente rilevanti - quelli li segue la magistratura - e decide sanzioni possibilmente tipizzandole e stabilendo in anticipo cosa rischia chi si comporta in un certo modo.
Non bastano le lavate di capo, ci vogliono anche i provvedimenti concreti, soprattutto in un partito che vuole presentarsi ai cittadini come un partito diverso dagli altri.
E' chiaro che gli altri, non facendo mai niente, autorizzando anche chi vuole essere diverso a vantarsi di esserlo semplicemente in presenza di piccoli segnali, ma bisognerebbe cominciare a ragionare come se ci si trovasse non in Italia ma in Germania, negli Stati Uniti o in Inghilterra e infischiarsene del fatto che gli altri partiti non fanno nulla e cominciare a fare delle cose forti in casa propria.
Detto questo, abbiamo vari tipi di reazioni: se viene preso un politico di centrodestra è un complotto, se viene preso un politico di centrosinistra dipende dai giorni, dal tasso di umidità: rispetto per la magistratura, quasi complotto, complotto a metà.
Quando viene preso, sia pure non a commettere reati, qualcuno del giro di Di Pietro lui fa una sfuriata, alla quale però, come ho detto, dovrebbero seguire delle sospensioni temporanee o definitive dal partito a seconda della gravità dei comportamenti.
E' interessante però un punto, e cioè chi deve decidere sugli arresti di un politico.
Perché su questo ci sono molte discussioni e in realtà non c'è motivo perché che ne siano.
Due avvenimenti degli ultimi giorni ci aiutano a capire bene come stanno le cose.
Voi sapete che fino al 1993, in base all'articolo 68 della Costituzione della Repubblica Italiana, il parlamentare non poteva essere nemmeno processato senza l'autorizzazione del Parlamento, tant'è che l'autorizzazione era per "procedere".
Il magistrato era obbligato, quando riceveva una notizia di reato a carico di un parlamentare, a iscriverlo nel registro degli indagati e poi non più tardi di un mese dopo, se non ricordo male, doveva mandare l'incartamento alla camera di cui faceva parte il parlamentare e chiedere l'autorizzazione ad andare avanti nelle indagini.
Questo articolo 68 copriva i parlamentari anche dagli arresti, dalle intercettazioni, dalle perquisizioni, per cui non si poteva, senza il permesso del Parlamento, mettere in carcere - o meglio in custodia cautelare - o in altre misure cautelari tipo i domiciliari, il divieto di espatrio, l'obbligo di firma, un parlamentare.
E non si può nemmeno perquisirgli la casa o intercettargli il telefono.
Questa seconda garanzia è rimasta: ancora oggi non si può fare nessuna di queste cose al parlamentare. Invece si può indagarlo senza più il bisogno del permesso del Parlamento.
Ma sulla sua libertà personale, sul suo diritto a non essere intercettato, perquisito, arrestato, non è cambiato nulla.
Il politico che, invece, non sta dentro il Parlamento ma sta nel governo è sottoposto alla giurisdizione del Tribunale dei Ministri se il reato che gli viene contestato è collegato con la sua attività ministeriale. Se non è un parlamentare il ministro può essere arrestato, naturalmente, anche se è raro il caso di ministri tecnici non parlamentari, almeno per quanto riguarda quest'ultimo governo.
Se invece uno non è nemmeno ministro è sottoposto alla giurisdizione normale: se uno è sindaco, per esempio, non ci sono problemi. Presidente di regione idem.
Dico questo perché recentemente i magistrati hanno chiesto l'autorizzazione al Parlamento per poter arrestare un deputato ex Margherita, ora PD, della Basilicata, Salvatore Margiotta, e hanno invece arrestato ai domiciliari l'ex sindaco di Pescara, Luciano D'Alfonso, sempre ex Margherita e ora PD.
Il primo è accusato di avere ricevuto o comunque di essersi fatto promettere 200.000 euro per un appalto petrolifero in Basilicata, Margiotta.
L'altro, cioè D'Alfonso, è accusato di vari episodi di corruzione o finanziamento illecito per avere fatto fare gratis dei lavori in due sue abitazioni da imprese che poi hanno vinto appalti o avuto incarichi nella sua amministrazione, per costruire cimiteri o fare altre opere pubbliche, e per essersi fatto pagare l'auto blu e l'assistente da un imprenditore privato: Carlo Toto, il proprietario dell'AirOne, abruzzese anche lui.
L'accusa dice che il sindaco girava con un autista portaborse su una Lancia di alta cilindrata, che non erano a spese sue o dell'amministrazione ma a spese di questo simpatico imprenditore, che evidentemente aveva investito su questo sindaco facendogli questo genere di favori in cambio di, ipotizza l'accusa, altri favori.
Queste sono le due vicende: uno è finito dentro perché è sindaco e non ha nessuna protezione, l'altro non è finito dentro perché quando i giudici hanno chiesto l'autorizzazione ad arrestarlo la giunta delle autorizzazioni a procedere della Camera ha negato l'autorizzazione.
Ed è interessante vedere le motivazioni perché, come vi ho detto, è vero che il Parlamento può negare l'autorizzazione all'arresto, alla perquisizione o alle intercettazioni.
Pensate, bisogna chiedere al Parlamento persino il permesso per intercettare un parlamentare, così lo si avverte preventivamente e lui, ovviamente, su quel telefono, se non è proprio stupido, non parla più.
In ogni caso qui ci interessa la richiesta di autorizzazione alla custodia cautelare; peraltro lo volevano mettere ai domiciliari, non in carcere. Semplicemente lo volevano isolare, ritenendo che possa inquinare le prove, cioè concordare versioni di comodo con le persone indagate con lui per avergli, nell'ipotesi accusatoria, promesso o dato dei soldi.
Il Parlamento può negare l'autorizzazione all'arresto soltanto se dimostra che questa richiesta di autorizzazione non dipende da elementi di indagine normali ma dalla volontà persecutoria del magistrato nei confronti del parlamentare.
In questo caso la volontà persecutoria dovrebbe essere non soltanto del PM che chiede gli arresti ma anche del giudice che poi li accorda.
Ci dovrebbero essere, a Potenza, un GIP e un PM che ce l'hanno con Margiotta e lo vogliono mettere in galera per fini di persecuzione politica: questa è l'unica ragione per cui il Parlamento può dire di no.
Perché a decidere sulla gravità delle accuse e sull'esigenza di tutelare l'indagine con gli arresti di una persona deve essere il giudice, infatti il giudice ha già arrestato alcuni dei presunti complici di questo Margiotta, che non avevano la fortuna di essere parlamentari.
Dato che i fatti sono gli stessi o li arresti tutti o non ne arresti nessuno.
In ogni caso, Woodcock - il PM - e il GIP di Potenza hanno ritenuto che Margiotta debba stare agli arresti domiciliari: bisognerebbe dimostrare che ce l'hanno con Margiotta.
In Parlamento manco si sono posti il problema, anzi hanno escluso quasi tutti coloro che si sono espressi in giunta per le autorizzazioni che ci sia una persecuzione giudiziaria ai danni di Margiotta, eppure hanno detto di votare no.
L'unico che ha detto che voterà sì è l'Italia dei Valori.
Perché vi rendiate conto: cito dal verbale della seduta che si è tenuta in giunta per le autorizzazioni a procedere il 17 dicembre, una settimana prima di Natale.
Destra e sinistra si ritrovano amorevolmente insieme.
Il relatore, nonché presidente della giunta, è Castagnetti, compagno di partito di Margiotta, ex Margherita ora PD. Prima curiosità.
Castagnetti riassume molto puntualmente tutta la vicenda petrolifera con la presunta promessa di tangenti a Margiotta.
Notate che io non conosco Margiotta, non ho la più pallida idea se sia giusto o meno mandarlo in galera: sia chiaro, non ho nessun interesse e non me ne importa niente.
Stabilisco un principio: è il giudice che deve decidere se Margiotta e i suoi complici presunti tali devono finire ai domiciliari oppure no.
Gli altri ci sono finiti, Margiotta no perché è un Mandarino della Casta.
Allora vediamo con quali motivazioni gli hanno dato questo privilegio.
Parla Margiotta, il quale dice che potrebbe dimostrare il fumus persecutionis perché Woodcock non è la prima volta che si occupa di lui.
Cioè, secondo lui è una persecuzione il fatto che un magistrato a Potenza si occupi più di una volta di un politico.
Sarebbe come dire, mutatis mutandis, che ogni tanto c'è un tipo che viene preso perché scippa le vecchiette e la terza volta che lo prende lo stesso poliziotto dicesse: "ah ma lei ce l'ha con me, è la terza volta che mi prende!". E l'altro, giustamente, potrebbe dire: "ma se lei smettesse di scippare le vecchiette...".
Secondo lui il fatto che Woodcock si sia già occupato di lui in altre inchieste non è sinonimo del fatto che lui tiene dei comportamenti border line, ma del fatto che Woodcock ce l'ha con lui. E' fantastico come ragionamento!
Dice: "Sempre il dott. Woodcock, in altro procedimento, avanzò richiesta al GIP di inoltrare alla giunta altre conversazioni telefoniche riguardanti me...".
Tra l'altro questo Margiotta, che opera e viene eletto in Basilicata, a Potenza ha la moglie che faceva il Capo della Squadra Mobile, cioè che teoricamente avrebbe dovuto indagare su di lui: immaginate il conflitto di interessi.
Questa sarebbe la separazione delle carriere da fare: il parlamentare non può avere la moglie Capo della Polizia nel posto dove svolge le sue funzioni.
Si potrebbero separare queste carriere, le hanno separate dopo queste indagini, naturalmente, non prima.
Quindi Margiotta dice: "potrei dire che c'è il fumus persecutionis, ma sono un signore e non lo dico.
Potrei dire che ce l'hanno con me, ma sono un signore e non lo dico.
Preferisco dire - meno male - che non ho preso tangenti".
Interviene Brigandì, della Lega. Notate che questi sono quelli che nel '92-'93 sventolavano le forche.
Adesso nessuno vuole le forche, per carità: si vorrebbe semplicemente che difendessero il principio "La legge è uguale per tutti" e "Gli arresti li decide il giudice e non l'interessato".
Brigandì è fantastico... leghista eh!
Chiede a Margiotta: "Lei ritiene che la vicenda sia caratterizzata da un fumus persecutionis nei suoi confronti?".
Risposta di Margiotta: "Si.".
Fantastico, è l'autocertificazione: il fumus persecutionis lo fanno decidere dall'interessato.
A questo punto interviene - seduta successiva, 18 dicembre, hanno lavorato troppo, si ritrovano il giorno dopo esausti da questa prima audizione - Paniz, del Popolo delle Libertà, e dice: "La linea seguita dalla nostra parte politica è stata e sarà costante, a prescindere dall'appartenenza dei deputati interessati.
Il nostro schieramento sarà sempre a guardia delle garanzia di libertà che la Costituzione e la legge assicurano ai parlamentari e ai cittadini".
Ai cittadini un par di palle, come si direbbe in inglese raffinato, perché queste sono garanzie che si danno ai parlamentari.
Il cittadino non può rivolgersi alla giunta della Camera per farsi tutelare, il cittadino finisce in galera e basta.
Lui si vanta: "orgoglio di appartenere a uno schieramento politico..." che ogni volta che il giudice chiede di procedere nei confronti di un parlamentare risponde sempre di no, a prescindere dal colore così non ci sbagliamo.
Questo è l'ottimo Paniz di Forza Italia.
E dice che "la libertà personale può essere limitata solo in caso di pericolo di fuga o di circostanze che possono mettere a repentaglio la genuinità delle prove".
E in effetti proprio per questo si chiede di mettere Margiotta ai domiciliari, ma Paniz dice: "nel caso dell'On. Margiotta mi sembra evidente la carenza di questi presupposti".
Decide lui: invece del giudice, i presupposti per la custodia cautelare li decide Paniz.
Antonio Leone, sempre Popolo della Libertà, va anche oltre. Dice - sentite questa che è meravigliosa - che Woodcock non è nuovo a iniziative di questo genere, è un persecutore di politici.
Già in passato ha indagato su politici e questo, secondo lui, è già un indice di devianza. Poi aggiunge: "Il Woodcock avanzò altresì domanda di utilizzo di intercettazioni telefoniche di conversazioni tra il Margiotta medesimo e la di lui moglie, in barba al motto popolare per cui 'tra moglie e marito non mettere il dito'".
Questi sono atti parlamentari, sono parlamentari della Repubblica che rappresentano noi e che citano dei proverbi per dire che non bisogna arrestare o intercettare una persona.
C'è un'indagine sulla moglie, capo della Mobile di Potenza, dell'On. Margiotta. Woodcock giustamente manda le telefonate perché quando coinvolgono il marito bisogna chiedere il permesso al Parlamento, se il marito è parlamentare.
Bene, secondo Leone se una moglie indagata parla con il marito bisogna interrompere le intercettazioni perché lo dice il proverbio: "tra moglie e marito non mettere il dito".
Questi sono grandi giuristi, grossi giureconsulti. La prossima volta dirà "tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino" oppure "campa cavallo che l'erba cresce"... cose del genere.
"Finiamola con questi processi, se il processo dura da un anno lo chiudiamo perché campa cavallo che l'erba cresce".
Uno potrebbe fare di tutto con i proverbi, questo usa un proverbio per dire la sua stronzata, dato che non gli veniva in mente nessuna massima giuridica.
Ma andiamo a Pierluigi Mantini, Partito Democratico, il quale naturalmente accusa i giudici di disinvoltura, non il Margiotta.
"I giudici sono di una disinvoltura incredibile" e poi aggiunge che bisogna riflette sull'anomalia italiana per cui un avviso di garanzia si trasforma immediatamente in una condanna definitiva.
Questo non so dove l'abbia letto, ma tutti sanno la differenza che c'è tra un avviso di garanzia e una condanna definitiva.
Qui peraltro c'è una richiesta di arresto alla quale lui vota no, e conclude il suo intervento dicendo che bisogna riequilibrare il rapporto fra magistratura e politica, facendo pagare ai magistrati nei casi di colpa grave.
Dopodiché, quando la procura di Salerno va a vedere i reati della procura di Catanzaro, questi invece di applaudire e dire "bene, finalmente i magistrati pagano in caso di loro colpe", se la prendono con la procura di Salerno perché ha innescato una guerra fra procure.
Guardate che sono singolari, questi signori.
Interviene Luca Rodolfo Paolini, un altro leghista, uno che dovrebbe difendere la trasparenza, "La legge è uguale per tutti".
"Mi ha colpito l'incongruenza per cui viene chiesta oggi una misura cautelare per fatti avvenuti tra il dicembre 2007 e il gennaio 2008".
Gli sfugge che prima i fatti succedono, poi il magistrato li deve scoprire, poi quando li ha scoperti prende la decisione di chiedere l'arresto di una persona, poi lo chiede al GIP, poi nel frattempo passano le vacanze, poi il GIP risponde e lo mandano alla Camera.
E alla Camera cosa fanno? Cincischiano, invece di essere veloci, e continuano a rimpallare la cosa.
Tenete presente che quando si fanno le cose subito si dice: "ma perché l'hanno chiesta subito senza esaminare bene gli atti?".
Quando invece esaminano bene gli atti dicono: "ma perché ce lo chiedete dopo?".
E quando, alla fine, qualcuno dice "state impedendo l'arresto di un parlamentare" loro rispondono: "ma se il magistrato non è d'accordo, può sollevare davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato".
Cioè: per riuscire ad arrestare questa persona che nell'ipotesi di accusa deve essere arrestata, magari vai a fare un ricorso alla Corte Costituzionale che si pronuncerà fra un anno o due.
Ma a questo signore, che ha tanta fretta, non viene in mente.
Alla fine interviene Formisano, di Italia dei Valori, e dice che loro voteranno a favore dell'arresto, e rimane l'unico come, del resto, fa sempre Li Gotti nella giunta del Senato.
Donatella Ferranti, del PD, dice: "chi pensa all'esistenza di un complotto o a trame eversive sarebbe in errore". Bontà sua, dice che non c'è ma a questo punto interviene Giachetti, sempre del PD, che dice: "i parlamentari, fino a prova contraria, sono tutti onesti".
Qui si sta discutendo di uno che è accusato di cose e l'altro dice che, per definizione...
Antonio Leone interviene e se la prende con questa povera Ferranti per aver detto una cosa sensata, cioè che qui non c'è nessun complotto. Dice: "lei parla in qualità di deputato o di magistrato?".
Se parlasse in qualità di magistrato sarebbe un brutto personaggio.
Notate che stanno parlando di un indagato che dev'essere arrestato e stanno salvandolo, no?
Quando qualcuno dice che non c'è un complotto, si alza un altro e dice: "ma lei parla come un magistrato! Si vergogni!", come se avesse detto che bisogna andare a rubare.
E, infine, Antonino Lopresti, sempre del PDL, dice: "nessuno finora ha parlato di complotti, ma il Parlamento deve pur tutelarsi dalle iniziative estemporanee della magistratura".
Eh già, peccato che non si possa tutelare dalle iniziative della magistratura, il Parlamento, salvo che non ci sia la prova di un complotto, cioè di una persecuzione politica.
Questi dicono: "non c'è il complotto, ma l'autorizzazione non la diamo lo stesso", cioè confessano di abusare dell'articolo 68 della Costituzione.
Anche la Samperi, del PD, dice: "non mi pare che esistano i presupposti per la misura cautelare" e anche questo non lo può dire, perché i presupposti li decide il giudice, loro devono decidere solo se c'è o non c'è la persecuzione.
Poi interviene un altro bell'elemento, un certo Vittorio Belcastro della MPA, il partito del governatore della Sicilia Lombardo, il quale dice che c'è una piaga nazionale.
Uno dice la corruzione? No, "il protagonismo della giustizia penale che, quindici anni fa, ha portato alla fine di un'era". Pensate, questo rimpiange ancora Andreotti, Craxi, Forlani...
Ha colto l'occasione di lacrimare in diretta per cotante perdite di quindici anni fa.
Pierluigi Castagnetti, presidente e relatore, tira le somme e dice anche lui una cosa che non potrebbe dire, cioè che il quadro indiziario appare limitato e frammentario.
I politici giudicano se le prove sono sufficienti o no, esattamente quello che non potrebbero fare.
L'altro caso, e così andiamo a conclusione, è quello del sindaco di Pescara.
Voi sapete che viene interrogato in segreto dieci giorni prima delle elezioni regionali, in Abruzzo.
Gli sciorinano davanti gli elementi di accusa su quei lavori da parte di imprese che vincevano poi gli appalti.
Sul fatto che circolava su una macchina con autista pagati da un imprenditore privato che, gentilmente, glieli aveva messi a disposizione.
Che aveva ricevuto dei finanziamenti per il partito della Margherita da gente che poi otteneva incarichi e commesse dalla sua giunta.
Lui si rende conto, evidentemente, che c'è qualcosa che non va, tant'è che annuncia ai magistrati che si dimetterà dopo le elezioni.
I magistrati lo arrestano la sera stessa delle elezioni, dopo che si sono chiuse le urne per non influenzare il voto.
Lui si dimette, anche perché il sindaco arrestato è automatico che poi la giunta cada e venga commissariato il comune.
Si va di nuovo a votare, non è un bel gesto che fa lui, è un gesto che sarebbe stato imposto dopo qualche tempo.
In ogni caso se ne va, a quel punto i magistrati fanno un giro di interrogatori per mettere al sicuro le versioni dei vari personaggi e, alla vigilia di Natale, scarcerano D'Alfonso - ripeto, era agli arresti domiciliari non in galera, ma a casa sua - per le feste di Natale.
Un giornalista, D'Avanzo, scrive che i magistrati si sono smentiti, rimangiati l'ipotesi accusatoria che è crollata, che c'è stata leggerezza da parte del Pubblico Ministero e del GIP.
Francamente, non si capisce quale ordinanza di quale giudice abbia letto questo signore, perché basta leggere l'ordinanza per rendersi conto che è stato scarcerato perché si è dimesso da sindaco e non può più inquinare le prove e ripetere reati della stessa specie.
Se non è più sindaco non può più dare appalti, ovviamente.
Certamente si guarderà bene, pensano i giudici, dall'avvicinare persone per concordare versioni di comodo.
Invece, basandosi su quell'anticipazione giornalistica farlocca, anziché leggere l'ordinanza, intervengono politici del PD e purtroppo cominciano a strillare alla maniera vagamente berlusconiana.
Veltroni dice: "è un fatto gravissimo"; Tenaglia, ministro ombra del PD per la giustizia, dice: "è un fatto grave, è necessaria più prudenza nell'arrestare i politici, perché poi ci sono conseguenze gravi come le dimissioni del sindaco di Pescara".
"Quando si prendono queste decisioni ci vuole prudenza, i magistrati facciano presto", eccetera.
Poi interviene l'ottimo Violante, che ormai è diventato una specie di consulente del centrodestra, parla come un Alfano o un Gasparri qualunque: "non esistevano le ragioni per le quali è stato arrestato il sindaco di Pescara, credo ci voglia molta prudenza perché il sindaco di Pescara e la giunta sono caduti per ragioni, a quanto pare, insussistenti".
Il centrodestra, ovviamente, è entusiasta perché dice: "finalmente anche voi attaccate i giudici, finalmente siete come noi, finalmente rubate anche voi e poi attaccate i giudici, siamo tutti uguali, mettiamoci d'accordo" per la controriforma.
Il giudice che cosa ha scritto? Ha scritto che l'ha scarcerato perché le accuse erano venute meno? Manco per sogno!
L'ordinanza la trovate sul nostro blog, voglioscendere.it: "in relazione al D'Alfonso, in termini di gravità indiziaria, il quadro accusatorio già integralmente condiviso dal GIP - questo scrive il GIP nell'ordinanza che toglie gli arresti domiciliari all'ex sindaco - nel momento dell'adozione delle misure cautelari rimane, nel suo complesso, confermato e anzi sotto taluni aspetti rafforzato, sulle due principali vicende di corruzione e sull'associazione per delinquere.
Le acquisizioni successive all'interrogatorio del sindaco hanno in gran parte eliso - cancellato - il valore del suo costituto difensivo" cioè la sua difesa è crollata di fronte a quello che è venuto fuori dopo il suo arresto.
Anzi, hanno fatto bene a metterlo ai domiciliari perché appena l'hanno messo ai domiciliari sono riusciti a interrogare e a trovare della roba che ha fatto crollare la sua linea difensiva.
Questo dice il GIP.
"L'interrogatorio del Paolini - il portaborse pagato da Toto - ha offerto piena conferma dell'impianto accusatorio in relazione al fatto che Paolini era una sorta di assistente del sindaco stipendiato da Toto e fornito di autovettura di alta gamma" senza che sia possibile documentare quali prestazioni abbia svolto per l'imprenditore Toto questo Paolini.
Lavorava pagato da Toto per il sindaco.
"Ribadita la gravità del quadro indiziario, come originariamente nell'ordinanza, occorre a questo punto farsi carico delle sopravvenienze intervenute in relazione al pericolo di inquinamento probatorio ascritto al D'Alfonso.
Le preannunciate e poi effettivamente eseguite dimissioni costituiscono un'apprezzabile sensibilità istituzionale e il commissariamento del comune determina un ulteriore indebolimento della rete di rapporti intessuti dal D'Alfonso nell'esercizio della propria attività politico amministrativa e della sua conseguente capacità di manipolare persone informate e documenti.
Quanto alla possibile costituzione di tesi difensive di comodo - mettersi d'accordo con altri - va rilevato che esse sono già state in parte disvelate - cioè si è già scoperto che D'Alfonso s'era messo d'accordo per concordare versioni di comodo con altri, che però quando è stato arrestato hanno confessato che quello che avevano detto era falso, fatto per difendere se stessi e lui -.
E comunque il dettagliato sviluppo del costituto difensivo del sindaco - e i confronti già fatti con altre persone coimputate con lui - alla luce della notevole mole di materiale acquisito, rende meno probabili ulteriori manipolazioni delle prove".
Per questi motivi il GIP revoca le misure cautelari applicate a carico di D'Alfonso.
Questo c'è scritto nell'ordinanza, come si fa a dire che sono crollate le accuse, che non lo dovevano arrestare?
Qui si dice il contrario: loro dicono "hanno fatto dimettere una giunta in base a fatti insussistenti".
In realtà è il contrario! Il giudice dice che i fatti sono sussistenti e proprio grazie al fatto che il sindaco e la giunta si sono dimessi si possono togliere gli arresti all'ex sindaco, proprio perché è diventato ex.
Se non si fossero dimessi, cioè se non fossero stati arrestati, oggi non sarebbero stati scarcerati.
Se D'Alfonso fosse ancora al suo posto sarebbe ancora agli arresti.
Vedete come si falsificano le cose, forse sarebbe meglio leggerle le ordinanze, sono anche 8 pagine, è abbastanza facile, ce la possono fare anche i nostri politici e certi nostri maestri di giornalismo.
Naturalmente, tutto ciò viene usato da Berlusconi per abbracciare il centrosinistra nella speranza che lo coprano sulla legge sulle intercettazioni che ha di nuovo minacciato in questi giorni.
Perché la legge sulle intercettazioni è molto impopolare, la gente le vuole le intercettazioni per i potenti!
E dato che riguardano soltanto i delinquenti e i potenti che hanno rapporti con i delinquenti, perché un cittadino normale non rischia certamente di essere intercettato o il rischio è infinitesimale, è evidente che la gente le intercettazioni le vuole anche e soprattutto per questi reati.
Come ci sono in America, vedi l'arresto del governatore dell'Illinois.
Berlusconi ha bisogno della copertura del centrosinistra, perché se ha Di Pietro e il PD che tuonano contro questa legge la gente che vuole più sicurezza e più legalità comincerà a rendersi conto che Berlusconi ha un conflitto di interessi giudiziario che rende impossibile la sicurezza.
Infatti, vuole distruggere uno strumento fondamentale come le intercettazioni.
Ecco perché bisogna impegnarsi, in questo anno, a far sapere ai parlamentari del centrosinistra ma anche di quel centrodestra che ancora non ci sta - sapete che sulle intercettazioni la Lega e una parte di AN non ci vogliono stare -, bisogna rafforzare le posizioni di chi vuole fare opposizione sia all'interno della maggioranza di centrodestra sia, ovviamente, nei banchi della minoranza.
L'unico modo è quello di scrivere ai rappresentanti parlamentari, intasare le loro caselle di posta elettronica - se andate sul sito di Camera e Senato le trovate tutte - per far sapere: "noi non vi votiamo più se vi rassegnate o non contrastate questo devastante progetto sulle intercettazioni, contro la sicurezza dei cittadini".
Questo è l'augurio che vi faccio: che prendiamo in mano la situazione ciascun cittadino singolarmente e tutti collettivamente.
Che ci facciamo carico del principio di eguaglianza, facciamo sapere loro che vogliamo ancora essere tutti uguali di fronte alla legge senza nessuna eccezione.
E speriamo di ritrovarci, questo è l'unico augurio che mi sento di fare, fra un anno a festeggiare la nascita del 2010 in un Paese dove la legge è ancora uguale per tutti.
Passate parola. Auguri."

 

Caso Europa7

Micromega – L'Unità - Voglioscendere

Caso Europa7

di Marco Travaglio

da Micromega – 2/2008

 

Questa è la storia di un’emittente nazionale che dovrebbe trasmettere sui nostri

teleschermi insieme alle reti Rai, a quelle Mediaset (solo due, però) e a La7, dal 1999,

quando ottenne dallo Stato la concessione. Ma non ha mai potuto andare in onda

nemmeno per un minuto, perché le sue frequenze sono occupate da Rete4, che la

concessione l’ha perduta 9 anni fa, ma continua a occuparle “in proroga” grazie ai governi

di centrosinistra e di centrodestra. Questa è la storia di un imprenditore, Francesco Di

Stefano, che ha il solo torto di aver creduto nelle leggi dello Stato e della concorrenza.

Dunque, è stato punito.

 

Maccanico Riparazioni Spa

Tutto comincia nel 1996, quando arriva il governo Prodi. Il ministro delle Comunicazioni

Antonio Maccanico presenta due disegni di legge per la riforma delle tv: il 1021 disegna i

contorni della nuova Autorità per le Comunicazioni, che dev’essere varata subito per

privatizzare la Stet; il 1138 riordina il sistema radiotelevisivo, con tanto di norme antitrust

da applicare entro il 28 agosto 1996. Da quel giorno, come ha stabilito nel 1994 la Corte

costituzionale, Mediaset dovrà cedere una rete o mandarla sul satellite. Intanto però, da

un accordo fra D’Alema e Berlusconi, nasce la Bicamerale per riformare la Costituzione:

merce di scambio, il futuro delle tv (e i processi penali) del Cavaliere. Durante le ferie

Maccanico annuncia un decreto salva-Rete4 per evitarle il passaggio su satellite dal 28

agosto: “Ricorrono tutti i motivi per un intervento d’urgenza, in modo da impedire che la

normativa sulle tv resti scoperta dopo il 28 agosto ed evitare così il rischio che qualche

pretore possa oscurare di colpo le antenne private”. Ma il vicepremier Walter Veltroni non

è d’accordo: “Per le tv oggi non ravviso requisiti di urgenza. Se, scaduti i termini entro i

quali la ripartizione delle frequenze avrebbe dovuto essere modificata come chiesto dalla

Consulta, qualche pretore dovesse intervenire oscurando un’emittente, vedremo il da farsi.

Non abbiamo certo interesse a vedere spenta una tv Fininvest”. Entra in azione Gianni

Letta, ambasciatore di Mediaset, che fa la spola tra i palazzi del potere e offre l’appoggio

del Polo alla vendita della Stet, osteggiata da Bertinotti, in cambio del salvataggio di

Rete4. Veltroni rincula, ed ecco il decreto salva-Rete4: il governo regala una proroga di 5

mesi a tutte e tre le reti Mediaset, in attesa della «grande riforma» Maccanico. Che intanto

approda alla commissione Lavori pubblici e Telecomunicazioni del Senato, presieduta da

Claudio Petruccioli. Lì il centrodestra fa ostruzionismo all’arma bianca: migliaia di

emendamenti, continue richieste di rinvio. Si arriva a fine anno con un nulla di fatto.

La proroga di agosto sta per scadere. Rete4 andrà finalmente sul satellite? Nemmeno per

sogno. Maccanico, alla chetichella, sigla un altro patto col Polo. E’ il 17 dicembre 1996:

davanti al capogruppo forzista alla Camera Beppe Pisanu, il ministro firma venti righe su

carta intestata del ministero, che Curzio Maltese chiama il «Trattato di Versailles delle tv».

Leggiamo: “Il ministro Maccanico per il governo e l’on. Pisanu per il Polo, nel concedere

l’emendamento al disegno di legge di conversione del decreto di legge 23 ottobre 1996, n.

545 [la proroga per le tre reti Mediaset, ndr], si sono impegnati a favorire la votazione

finale di tutti i decreti legge all’esame del Parlamento”. Il centrodestra pone fine

all’ostruzionismo, mentre Polo e Ulivo “s’impegnano altresì” a mandare avanti dopo

Natale: “1) i ddl collegati alla finaziaria ’97 [...], l’istituzione della Bicamerale e la proposta

di legge elettorale Rebuffa [niente più quota proporzionale, ndr]; 2) l’esame della riforma

delle telecomunicazioni e del sistema televisivo [...]; 3) l’esame dei provvedimenti sulla

giustizia”. Tutto in un unico calderone. Nel dicembre ’96 l’Ulivo regala a Mediaset

l’ennesima proroga. E nel febbraio ’97, con i voti di Forza Italia, D’Alema viene eletto

presidente della Bicamerale. Seguono due anni di inciucio sfrenato: pare brutto approvare

una seria legge sulle tv. Infatti dei due ddl Maccanico approdati all’aula del Senato viene

approvato solo quello gradito al Polo: il 1021, che istituisce l’Authority e contiene un finto

principio antitrust. La nuova legge n. 249 impone, sì, che nessuno possa raccogliere più

del 30% delle risorse del mercato televisivo, cioè della pubblicità, e che gli operatori non

possano detenere più del 20% delle frequenze nazionali. Ma a far rispettare quei tetti deve

pensarci la nuova Authority, che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia «un

effettivo e congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo».

Solo allora Rete4 andrà su satellite e Rai3 trasmetterà senza spot. Cioè mai. Che vuol dire

«congruo sviluppo» del satellite? Nessuno lo sa. Ecco perché anche il partito-azienda dice

sì. E il resto della «grande riforma»? Il ddl 1138 torna mestamente alla commissione

Lavori Pubblici, e lì resterà impantanato nelle sabbie mobili per tre anni, sotto lo sguardo

sonnacchioso del presidente Petruccioli e il fuoco concentrico degli emendamenti

berlusconiani.

 

Non disturbare il manovratore

La neonata Autorità per le Comunicazioni - Agcom, infarcita di uomini di partito (il

presidente è l’ex socialista Enzo Cheli e tra i commissari svettano un uomo vicinissimo a

Mediaset, come il superconsulente Antonio Pilati e un vecchio amico del Cavaliere come

Alfredo Meocci) - se la prende comoda e si mette all’opera solo nel 1998. Ma poco dopo

Rifondazione rovescia il governo Prodi, rimpiazzato da D’Alema che si porta dietro una

pattuglia di fuorusciti dal Polo al seguito di Cossiga, Mastella e Buttiglione. È la morte

dell’Ulivo. L’Agcom presenta il nuovo piano per le frequenze e bandisce la gara per

rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali disponibili. Berlusconi conta di consacrare

per sempre lo status quo raggiunto sin qui a colpi di fatti compiuti. Ma accade

l’imponderabile.

Oltre ai soliti gruppi Rai, Mediaset e Telemontecarlo che si spartiscono l’etere da una vita,

presenta domanda di concessione anche un outsider: Francesco Di Stefano. Chi è questo

sfrontato che osa rompere le uova nel paniere ai monopolisti dell’antenna e ai loro

protettori politici? Un imprenditore abruzzese allora quarantaseienne, che opera nel

settore dagli anni 70, quando rilevò a Roma la Tvr Voxon. Poi, passo dopo passo, si è

allargato. Ha creato un network di tv locali che per 8 ore al giorno mandano in onda gli

stessi programmi sotto il simbolo di Europa7. Quando l’Agcom pubblica sulla Gazzetta

Ufficiale il regolamento della gara, Di Stefano versa il capitale richiesto di 12 miliardi di lire.

L’8 marzo 1999 il ministero delle Poste fissa i criteri per il rilascio delle concessioni:1)

qualità dei programmi (totale massimo: 200 punti); 2) piano d’impresa, investimenti e

sviluppo della rete (260 punti); 3) occupazione (350); 4) esperienze maturate nel settore

radiotelevisivo e in altri settori (190 punti). Di Stefano chiede due concessioni: una per

Europa7 e una 7 Plus. La commissione di esperti del ministero esamina tutta la

documentazione e approva una graduatoria ufficiale. Ai primi tre posti risultano Canale5

(774 punti), Italia1 (604 punti) e Rete4 (565 punti). Seguono, nell’ordine, Telepiù bianco,

Tmc, Tmc2 e Telepiù nero. Europa7 si piazza all’ottavo con 347 punti, ma sale al sesto

perché Rete4 e Telepiù nero dovranno traslocare su satellite dopo il famoso “congruo

sviluppo” delle parabole. La 7 Plus è invece esclusa in base a un cavillo (Di Stefano farà

ricorso al Consiglio di Stato e otterrà ragione). Avere subito diritto a una rete nazionale è

comunque un bel colpo: soprattutto perché Europa7 s’è piazzata al primo posto per qualità

dei programmi. Il 28 luglio 1999 il governo D’Alema gli assegna ufficialmente per decreto

una concessione e, come stabilisce la legge, gli ricorda che deve cominciare a trasmettere

entro sei mesi, cioè entro il 31 gennaio 2000, pena la decadenza.

Di Stefano festeggia e mette in piedi un mega-centro produzione di 22 mila metri quadrati

sulla Tiburtina, con 8 studi di registrazione, uffici, alte tecnologie, library di 3 mila ore di

programmi e tutto quanto occorre per una rete nazionale con 700 dipendenti. Non sa che

sta iniziando per lui un calvario infinito. Diversamente che per le altre reti, già operative da

anni, il decreto ministeriale non indica le frequenze su cui Europa7 potrà trasmettere: parla

genericamente di «un raggruppamento di tre canali di cui uno del gruppo A, uno del

gruppo B e uno del gruppo C». Ma purtroppo le frequenze sono occupate da Rete4 e

Telepiù nero, cioè da Berlusconi, che non ha alcuna intenzione di liberarle. Di Stefano si

rivolge al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte costituzionale.

 

Berlusconi salva Berlusconi

Nel novembre 2002 torna a farsi viva la Consulta: basta proroghe a Rete4, che dovrà

emigrare su satellite entro il 1° gennaio 2004. Così le frequenze liberate andranno

finalmente a Europa7. Ma intanto Berlusconi è tornato al governo e, in vista della

scadenza, incarica l’apposito Gasparri di provvedere. Il ministro delle Comunicazioni

prepara, con l’aiuto di consulenti Mediaset, la legge Gasparri: ora il tetto del 20% va

calcolato sui programmi digitali e le reti analogiche, cioè sull’infinito. Dunque Rete4 non

eccede la nuova soglia antitrust e può restare dov’è. Il 16 dicembre 2003, però, Ciampi

respinge la legge al mittente. Ma a fine anno Berlusconi firma il decreto salva-Rete4 che

concede altri sei mesi di proroga, in attesa della Gasparri-2. Che viene approvata

nell’aprile 2004: la scusa per mantenere lo status quo in barba alla Consulta è sempre il

digitale terrestre, annunciato per il 2006, che dovrebbe portare nelle case degli italiani

centinaia di nuovi canali, facendo scomparire i tre di Berlusconi. A scanso di equivoci, gli

articoli 20 e 23 condonano di fatto Rete4, riconoscendo il diritto di trasmettere a «soggetti

privi di titolo» che occupano frequenze in virtù di provvedimenti temporanei, ma non a

Europa7, titolare di una legittima concessione. Chi ha perso la gara (Rete4) vince, chi ha

vinto la gara (Europa7) perde.

Di Stefano non demorde. Respinge gl’inviti a “mettersi d’accordo” o a “lasciar perdere” e

seguita a combattere per i suoi diritti. Il 12 luglio 2004,assistito dagli avvocati Grandinetti,

Mastroianni e Pace, si rivolge al Tar del Lazio per ottenere dallo Stato le frequenze e i 748

milioni di euro di danni subiti in cinque anni di forzata inattività. Nel luglio 2005 il Tar

respinge il suo ricorso, ma lui impugna tutto al Consiglio di Stato. Che a sua volta

interpella la Corte di giustizia europea di Lussemburgo perchè risponda a 10 quesiti sulla

compatibilità delle norme italiane con la normativa comunitaria.

Nel maggio 2006 il centrosinistra torna al governo. Il 19 giugno la Commissione europea

invia al nostro governo una lettera di «messa in mora» del duopolio Rai-Mediaset,

giudicando intollerabile che in Italia possa accedere al digitale terrestre solo chi già

possiede emittenti nell’analogico: cioè Rai e Mediaset, che escludono la concorrenza di

nuovi operatori. Se la Gasparri non sarà smantellata entro il 2009, l’Italia dovrà pagare una

multa fino a 400 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal 2006. Il ministro delle

Comunicazioni Paolo Gentiloni presenta due ddl in materia tv: il primo riguarda gli assetti

del sistema radiotelevisivo, con norme antitrust, ma solo sulla pubblicità (Mediaset, che

controlla il 65%, dovrà scendere al 45); il secondo riguarda ruolo, proprietà e criteri di

nomina della Rai. Quanto al numero di reti, nulla cambia: in barba alla Consulta, Rete4

otterrà l’ennesima proroga. La scusa, come già nella Gasparri, è il sempre imminente

arrivo del digitale terrestre, fissato ora per il 2012 (6 anni dopo la data annunciata da

Gasparri). Allora – stabilisce Gentiloni – tutte le reti nazionali spegneranno il segnale

analogico e passeranno al digitale. Prima però, entro il 2009, Rai e Mediaset dovranno

anticipare il trasloco di una rete al digitale. Cambia qualcosa, nell’ottica del principio fissato

dalla Consulta? Assolutamente nulla. Mediaset si terrà le sue tre reti generaliste

esattamente come la Rai, in attesa di completare il passaggio al digitale nel 2012. E dopo?

Tutto come prima: resta il tetto del 20% già fissato da Gasparri sul mercato complessivo

della tv. Quanto ai diritti di Europa7, Gentiloni nulla dice sull’assegnazione delle frequenze

liberate nel 2009. In ogni caso i suoi due ddl non vedranno mai la luce.

 

Tsunami dal Lussemburgo

Intanto, a Lussemburgo, la causa procede. Il 30 novembre 2006 la Corte europea si

riunisce per l’ultima udienza pubblica. Ci si attenderebbe che, cambiato il governo, l’Italia

cambiasse posizione, riconoscendo finalmente i diritti acquisiti da Europa7. Invece, a

sorpresa, l’avvocato dello Stato Paolo Gentili, in rappresentanza del governo Prodi,

mantiene la linea del governo Berlusconi: difende la legge Gasparri. Gentiloni aveva scritto

al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta per sollecitarlo a modificare le

regole d’ingaggio all’Avvocatura dello Stato. Ma invano. L’Unione difende in Europa una

legge che ha promesso di smantellare in Italia. Il 21 febbraio 2007, all’indomani dello

sbarco in Parlamento della Gentiloni, Prodi cade sulla politica estera. Poi riottiene la

fiducia, ma in base a un programma ristretto che non fa più alcun cenno alle tv.

Nel settembre 2007 l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, il portoghese

Poiares Maduro, chiede ai giudici di dare ragione a Di Stefano e torto al governo italiano:

in Italia “emittenti prive della concessione sono autorizzate a proseguire l’attività, sebbene

eccedano la soglia antitrust”, mentre chi ha avuto la concessione è al palo dal 1999. Ma

“le aspettative degli operatori esistenti… non giustificano il proseguimento di una

situazione nella quale i diritti dei nuovi competitori svaniscono”.

Il 31 gennaio 2008 la Corte emette finalmente la sentenza: le norme italiane che

consentono a Rete4 di trasmettere al posto di Europa7 sono “contrarie al diritto

comunitario”, dunque illegali: la Maccanico, il salva-Rete4, la Gasparri, ma anche la

Gentiloni. Tutte infatti concedono un infinito “regime transitorio” a Rete4, che invece va

spenta subito, senza indugi, dando a Europa7 ciò che è di Europa7: “L’applicazione in

successione dei regimi transitori istituiti dalla legge n. 249/1997 (Maccanico, ndr) e dal

decreto legge n. 352/2003 (salva-Rete4, ndr) a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto

di impedire agli operatori sprovvisti di frequenze di trasmissione l’accesso al mercato”.

Idem per la Gasparri che, “prevedendo un’autorizzazione generale a operare sul mercato

dei servizi radiotelevisivi a favore delle sole reti esistenti, ha consolidato l’effetto restrittivo

constatato al punto precedente” e ha “prolungato il regime transitorio istituito dalla legge n.

249/1997”. La Gasparri e la Gentiloni concedono proroghe in attesa dell’imminente (?) e

magico digitale, ma con i giudici europei non attacca: “Le restrizioni non possono essere

giustificate dalla necessità di garantire una rapida evoluzione verso la trasmissione

televisiva in tecnica digitale. Infatti, anche qualora un obiettivo siffatto possa rappresentare

un obiettivo di interesse generale tale da giustificare restrizioni del genere, è giocoforza

constatare che la normativa italiana non si limita ad attribuire agli operatori esistenti un

diritto prioritario ad ottenere le frequenze, ma riserva loro tale diritto in esclusiva, senza

limiti di tempo alla situazione di privilegio così creata e senza prevedere un obbligo di

restituzione delle frequenze eccedenti dopo la transizione alla trasmissione in tecnica

digitale”. Conclusione: norme, direttive e regolamenti comunitari “ostano, in materia di

trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un

operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza

di frequenze assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e

proporzionati”. Uno tsunami che spazza via vent’anni di tele-inciuci.

 

Veltrusconi, l’ultimo inciucio

La sentenza è immediatamente esecutiva e il governo italiano - pur dimissionario -

dovrebbe applicarla ipso facto, riprendendosi le frequenze occupate da Rete4. Ma il

ministro Gentiloni ci dorme sopra un mese. Poi, a fine febbraio, chiede al Consiglio di

Stato un parere sul da farsi: eseguire subito la sentenza o attendere la conclusione della

causa di Europa7? Mentre scriviamo, il Consiglio di Stato sta stilando la risposta. Intanto

ha fissato per il 6 maggio l’udienza per recepire a sua volta la sentenza europea: cioè per

quantificare il risarcimento dovuto a Europa7 (che chiede oltre un miliardo di euro) ed

eventualmente concederle le frequenze che le spettano (in caso contrario, il risarcimento

si moltiplicherebbe).

La bomba a orologeria ha iniziato a ticchettare (in parallelo col conto alla rovescia per la

supermulta annunciata dall’Ue se tra un anno la Gasparri sarà ancora in piedi). Ma la

classe politica fa finta di nulla. Solo Antonio Di Pietro e Beppe Giulietti chiedono di dare

“immediata esecuzione alla sentenza europea su Europa7 e spostare Rete4 sul satellite”.

Subissati di critiche, attacchi e improperi. Non solo dal partito Mediaset. Ma anche dal Pd.

Formidabile il commento di Marco Follini, l’ex vicepremier di Berlusconi ed ex segretario

dell’Udc, che ha votato tutte le leggi vergogna a cominciare dalla Gasparri e dunque è

stato promosso responsabile Informazione del Pd: “La posizione del Pd è contenuta nei

due ddl Gentiloni giacenti in Parlamento”. Furbetto e inconcludente Veltroni: “La nostra

proposta è la stessa del ministro Gentiloni e non è punitiva. Che ci sia bisogno di più

pluralismo è del tutto vero, per fortuna le tecnologie ci consentiranno di farlo”. Ma, come

abbiamo visto, la fu Gentiloni – con l’ennesima “fase transitoria” per Rete4 e l’eterno

annuncio del meraviglioso mondo digitale - è superata dalla sentenza di Lussemburgo. Ma

Veltroni quella sentenza la ignora. Tant’è che nel programma del Pd s’è limitato a scrivere:

“rispetto delle direttive europee e delle sentenze della Corte costituzionale”. E non - come

invece chiedeva Di Pietro - della sentenza della Corte di giustizia. Chi teme l’inciucio

prossimo venturo si tranquillizzi: Veltrusconi è già tra noi.

 

da l'Unità – 01.06.2008

 

La resurrezione

 
Riporto di seguito un brano tratto dall'introduzione di Pino Corrias del libro Il Bavaglio, di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, edito da Chiarelettere.
 
La resurrezione
 
"E dire che il Cavaliere, solo una manciata di mesi prima, stava sull'ultimo cornicione disponibile. In bilico.
Era appena lo scorso autunno. Il governo Prodi sembrava destinato a navigare fino al 2009. Berlusconi non si dava pace. Spettacolari spallate a vuoto avevano accartocciato il suo doppiopetto. Di umore era iracondo. Aveva fretta. E insieme si sentiva inconcludente. Era a caccia di senatori della Sinistra, tre voti gli sarebbero bastati. Intavolava trattative che chiamava "il gioco grosso". Blandiva mogli di vari politici, attrici, produttori, e il segretario della Cisl Bonanni "che, mi dicono, controlla tre voti in Senato". Telefonava al fedele direttore di Raifiction, Agostino Saccà, per conoscere i retroscena della Rai, e intanto piazzare attrici, un po' per sè, un po' per "il gioco grosso".
Nel frattempo convocava a Palazzo Grazioli gli alleati Fini, Casini e Bossi, ma al vertice arrivava solo Gianfranco Rotondi, quello di Avellino. Chiamava gli alleati, ingrati. Definiva la Casa delle libertà "un ectoplasma". Per liberarsene battezzava l'alleanza con un nuovo nome al giorno, compreso l'ultimo, il Popolo della libertà, un inedito soggetto politico fondato direttamente tra la folla, issandosi sul predellino della Mercedes, in piazza San Babila a Milano.
L'ex amico Gianfranco Fini, per rappresaglia, gli rinfaccia le leggi ad personam. Casini addirittura il conflitto di interessi. Bossi sta a Gemonio (Varese). Tutti e tre dicono che è arrivato il momento di una nuova riforma tv. Il "Secolo d'Italia", quotidiano di An, è scatenato: "Abbiamo vissuto la stagione berlusconiana con disagio". E lo stesso Fini rincara: "Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi. Io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuol fare il premier dovrà fare i conti con me, che ho pure vent'anni di meno. Non penserà mica di essere eterno. Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai... Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà più. Mai. Si faccia appoggiare da Veltroni".
A questo punto solo la Sinistra può salvare il Cavaliere. E la Sinistra è lì apposta, fin dai tempi della Bicamerale di D'Alema, che salvò Berlusconi sconfitto e abbandonato nel '96. Stavolta c'è Veltroni, ma rifà la stessa cosa. Come dice Curzio Maltese, L'Unione è una "coalizione a ripetere". Walter usa i 3 milioni di voti delle primarie, non per rafforzare il governo Prodi, ma per riaprire il tavolo delle riforme, elettorali e costituzionali, col centrodestra. Prodi ricorda subito la riforma del conflitto d'interessi, ma viene zittito dagli alleati: zitto che disturbi il dialogo con Berlusconi. Già, perchè il dialogo Veltroni non lo apre con Fini, Casini e Bossi, pronti a discutere anche di tv. Lo apre con Berlusconi: invece di isolarlo, isola i suoi alleati che lo stanno isolando. Geniale. Il veltroniano Goffredo Bettini e Gianni Letta passano le vacanze di Natale insieme. Indossano i panni di "padri della terza Repubblica". Silvio elogia Walter: "E' un vero riformista, spero che abbia la forza di non farsi condizionare dai suoi". E Walter: "L'intesa con Berlusconi è indispensabile, non c'è alternativa al dialogo con lui".
Mastella e i partitini dell'Unione sono allarmati: l'accordo sulla legge elettorale rischia di farli sparire. E, se salta, sono spacciati lo stesso perchè si va al referendum. Prodi ogni mattina li rassicura per tener in piedi il traballante governo, che in primavera potrebbe riprendere consensi restituendo i tesoretti. Il 13 gennaio Berlusconi fa sapere il prezzo del dialogo: via la legge Gentiloni che taglia il 20% di pubblicità a Mediaset. Il Pd rinvia la Gentiloni. Il 16 gennaio arrestano la moglie di Mastella, che si dimette ma assicura l'appoggio esterno. Ma il 19 gennaio Veltroni dà il colpo di grazia a lui e al governo: "Alle prossime elezioni, quale che sia la legge elettorale, il Pd andrà da solo". Mastella lascia il governo per far saltare l'accordo Veltroni-Berlusconi e il referendum. Se si andrà al voto meglio la vecchia legge elettorale, il Porcellum: Berlusconi gli ha promesso 20 deputati e 10 senatori, per iscritto; e lui ci ha creduto.
Prodi cade al Senato tra sputi, champagne e mortadelle. Marini prova a fare un governicchio per la legge elettorale. Veltroni si appella al "senso di responsabilità di Berlusconi". Ma Berlusconi ha ottenuto quel che voleva, far cadere il governo. E va dritto alle urne. Veltroni gli raccomanda di andare da solo anche lui. Ma lui se ne infischia e imbarca Lega, Alessandra Mussolini, gli autonomisti siciliani, persino quelli dello sputo, dello champagne e della mortadella. Fini, che non voleba sciogliersi, invece si scioglie e torna all'ovile. Otterà la presidenza della Camera. Casini resta fuori, anche se nessuno se ne accorge. Il 13 aprile, cinque mesi dopo quell'ultimo autunno che sembrava carico di addio, Berlusconi stravince e Walter Veltroni straperde".
 
di Pino Corrias, da l'Estate del Caimano,
Il Bavaglio - Chiarelettere
di Peter Gomez, Marco Lillo, Marco Travaglio
 
 
December 28

Questione morale o questione di giustizia?

 
 
Invito a leggere un articolo de L'Unità che analizza il problema della corruzione morale (e non solo) della classe dirigente nelle amministrazioni pubbliche, da quelle locali fino ad arrivare al Parlamento. Nell'articolo viene presentato un elenco di casi di malamministrazione, di tangenti, di appalti truccati, di connivenza tra politica e criminalità organizzata. La giornalista parla di una nuova Tangentopoli. Io non sono d'accordo. Durante Mani Pulite il popolo, indipendentemente dal colore politico, si è riversato nelle piazze, gridando allo scandalo. Ora sembra quasi che non interessi, come a dire che la corruzione in politica sia di "ordinaria amministrazione". Non è così. La Casta non è al di sopra delle leggi. Come del resto recita l'articolo 3 della nostra Costituzione.
In seguito all'articolo, l'Unità pubblica una lista dei parlamentari condannati, inquisiti, accusati e prescritti.
A questo punto viene da chiedersi se si tratti solamente di questione morale, o se sia anche una questione di rispetto delle leggi. Fate voi...
 
 

Claudio Fatti

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