Micromega – L'Unità - Voglioscendere
Caso Europa7
di Marco Travaglio
da Micromega – 2/2008
Questa è la storia di un’emittente nazionale che dovrebbe trasmettere sui nostri
teleschermi insieme alle reti Rai, a quelle Mediaset (solo due, però) e a La7, dal 1999,
quando ottenne dallo Stato la concessione. Ma non ha mai potuto andare in onda
nemmeno per un minuto, perché le sue frequenze sono occupate da Rete4, che la
concessione l’ha perduta 9 anni fa, ma continua a occuparle “in proroga” grazie ai governi
di centrosinistra e di centrodestra. Questa è la storia di un imprenditore, Francesco Di
Stefano, che ha il solo torto di aver creduto nelle leggi dello Stato e della concorrenza.
Dunque, è stato punito.
Maccanico Riparazioni Spa
Tutto comincia nel 1996, quando arriva il governo Prodi. Il ministro delle Comunicazioni
Antonio Maccanico presenta due disegni di legge per la riforma delle tv: il 1021 disegna i
contorni della nuova Autorità per le Comunicazioni, che dev’essere varata subito per
privatizzare la Stet; il 1138 riordina il sistema radiotelevisivo, con tanto di norme antitrust
da applicare entro il 28 agosto 1996. Da quel giorno, come ha stabilito nel 1994 la Corte
costituzionale, Mediaset dovrà cedere una rete o mandarla sul satellite. Intanto però, da
un accordo fra D’Alema e Berlusconi, nasce la Bicamerale per riformare la Costituzione:
merce di scambio, il futuro delle tv (e i processi penali) del Cavaliere. Durante le ferie
Maccanico annuncia un decreto salva-Rete4 per evitarle il passaggio su satellite dal 28
agosto: “Ricorrono tutti i motivi per un intervento d’urgenza, in modo da impedire che la
normativa sulle tv resti scoperta dopo il 28 agosto ed evitare così il rischio che qualche
pretore possa oscurare di colpo le antenne private”. Ma il vicepremier Walter Veltroni non
è d’accordo: “Per le tv oggi non ravviso requisiti di urgenza. Se, scaduti i termini entro i
quali la ripartizione delle frequenze avrebbe dovuto essere modificata come chiesto dalla
Consulta, qualche pretore dovesse intervenire oscurando un’emittente, vedremo il da farsi.
Non abbiamo certo interesse a vedere spenta una tv Fininvest”. Entra in azione Gianni
Letta, ambasciatore di Mediaset, che fa la spola tra i palazzi del potere e offre l’appoggio
del Polo alla vendita della Stet, osteggiata da Bertinotti, in cambio del salvataggio di
Rete4. Veltroni rincula, ed ecco il decreto salva-Rete4: il governo regala una proroga di 5
mesi a tutte e tre le reti Mediaset, in attesa della «grande riforma» Maccanico. Che intanto
approda alla commissione Lavori pubblici e Telecomunicazioni del Senato, presieduta da
Claudio Petruccioli. Lì il centrodestra fa ostruzionismo all’arma bianca: migliaia di
emendamenti, continue richieste di rinvio. Si arriva a fine anno con un nulla di fatto.
La proroga di agosto sta per scadere. Rete4 andrà finalmente sul satellite? Nemmeno per
sogno. Maccanico, alla chetichella, sigla un altro patto col Polo. E’ il 17 dicembre 1996:
davanti al capogruppo forzista alla Camera Beppe Pisanu, il ministro firma venti righe su
carta intestata del ministero, che Curzio Maltese chiama il «Trattato di Versailles delle tv».
Leggiamo: “Il ministro Maccanico per il governo e l’on. Pisanu per il Polo, nel concedere
l’emendamento al disegno di legge di conversione del decreto di legge 23 ottobre 1996, n.
545 [la proroga per le tre reti Mediaset, ndr], si sono impegnati a favorire la votazione
finale di tutti i decreti legge all’esame del Parlamento”. Il centrodestra pone fine
all’ostruzionismo, mentre Polo e Ulivo “s’impegnano altresì” a mandare avanti dopo
Natale: “1) i ddl collegati alla finaziaria ’97 [...], l’istituzione della Bicamerale e la proposta
di legge elettorale Rebuffa [niente più quota proporzionale, ndr]; 2) l’esame della riforma
delle telecomunicazioni e del sistema televisivo [...]; 3) l’esame dei provvedimenti sulla
giustizia”. Tutto in un unico calderone. Nel dicembre ’96 l’Ulivo regala a Mediaset
l’ennesima proroga. E nel febbraio ’97, con i voti di Forza Italia, D’Alema viene eletto
presidente della Bicamerale. Seguono due anni di inciucio sfrenato: pare brutto approvare
una seria legge sulle tv. Infatti dei due ddl Maccanico approdati all’aula del Senato viene
approvato solo quello gradito al Polo: il 1021, che istituisce l’Authority e contiene un finto
principio antitrust. La nuova legge n. 249 impone, sì, che nessuno possa raccogliere più
del 30% delle risorse del mercato televisivo, cioè della pubblicità, e che gli operatori non
possano detenere più del 20% delle frequenze nazionali. Ma a far rispettare quei tetti deve
pensarci la nuova Authority, che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia «un
effettivo e congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo».
Solo allora Rete4 andrà su satellite e Rai3 trasmetterà senza spot. Cioè mai. Che vuol dire
«congruo sviluppo» del satellite? Nessuno lo sa. Ecco perché anche il partito-azienda dice
sì. E il resto della «grande riforma»? Il ddl 1138 torna mestamente alla commissione
Lavori Pubblici, e lì resterà impantanato nelle sabbie mobili per tre anni, sotto lo sguardo
sonnacchioso del presidente Petruccioli e il fuoco concentrico degli emendamenti
berlusconiani.
Non disturbare il manovratore
La neonata Autorità per le Comunicazioni - Agcom, infarcita di uomini di partito (il
presidente è l’ex socialista Enzo Cheli e tra i commissari svettano un uomo vicinissimo a
Mediaset, come il superconsulente Antonio Pilati e un vecchio amico del Cavaliere come
Alfredo Meocci) - se la prende comoda e si mette all’opera solo nel 1998. Ma poco dopo
Rifondazione rovescia il governo Prodi, rimpiazzato da D’Alema che si porta dietro una
pattuglia di fuorusciti dal Polo al seguito di Cossiga, Mastella e Buttiglione. È la morte
dell’Ulivo. L’Agcom presenta il nuovo piano per le frequenze e bandisce la gara per
rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali disponibili. Berlusconi conta di consacrare
per sempre lo status quo raggiunto sin qui a colpi di fatti compiuti. Ma accade
l’imponderabile.
Oltre ai soliti gruppi Rai, Mediaset e Telemontecarlo che si spartiscono l’etere da una vita,
presenta domanda di concessione anche un outsider: Francesco Di Stefano. Chi è questo
sfrontato che osa rompere le uova nel paniere ai monopolisti dell’antenna e ai loro
protettori politici? Un imprenditore abruzzese allora quarantaseienne, che opera nel
settore dagli anni 70, quando rilevò a Roma la Tvr Voxon. Poi, passo dopo passo, si è
allargato. Ha creato un network di tv locali che per 8 ore al giorno mandano in onda gli
stessi programmi sotto il simbolo di Europa7. Quando l’Agcom pubblica sulla Gazzetta
Ufficiale il regolamento della gara, Di Stefano versa il capitale richiesto di 12 miliardi di lire.
L’8 marzo 1999 il ministero delle Poste fissa i criteri per il rilascio delle concessioni:1)
qualità dei programmi (totale massimo: 200 punti); 2) piano d’impresa, investimenti e
sviluppo della rete (260 punti); 3) occupazione (350); 4) esperienze maturate nel settore
radiotelevisivo e in altri settori (190 punti). Di Stefano chiede due concessioni: una per
Europa7 e una 7 Plus. La commissione di esperti del ministero esamina tutta la
documentazione e approva una graduatoria ufficiale. Ai primi tre posti risultano Canale5
(774 punti), Italia1 (604 punti) e Rete4 (565 punti). Seguono, nell’ordine, Telepiù bianco,
Tmc, Tmc2 e Telepiù nero. Europa7 si piazza all’ottavo con 347 punti, ma sale al sesto
perché Rete4 e Telepiù nero dovranno traslocare su satellite dopo il famoso “congruo
sviluppo” delle parabole. La 7 Plus è invece esclusa in base a un cavillo (Di Stefano farà
ricorso al Consiglio di Stato e otterrà ragione). Avere subito diritto a una rete nazionale è
comunque un bel colpo: soprattutto perché Europa7 s’è piazzata al primo posto per qualità
dei programmi. Il 28 luglio 1999 il governo D’Alema gli assegna ufficialmente per decreto
una concessione e, come stabilisce la legge, gli ricorda che deve cominciare a trasmettere
entro sei mesi, cioè entro il 31 gennaio 2000, pena la decadenza.
Di Stefano festeggia e mette in piedi un mega-centro produzione di 22 mila metri quadrati
sulla Tiburtina, con 8 studi di registrazione, uffici, alte tecnologie, library di 3 mila ore di
programmi e tutto quanto occorre per una rete nazionale con 700 dipendenti. Non sa che
sta iniziando per lui un calvario infinito. Diversamente che per le altre reti, già operative da
anni, il decreto ministeriale non indica le frequenze su cui Europa7 potrà trasmettere: parla
genericamente di «un raggruppamento di tre canali di cui uno del gruppo A, uno del
gruppo B e uno del gruppo C». Ma purtroppo le frequenze sono occupate da Rete4 e
Telepiù nero, cioè da Berlusconi, che non ha alcuna intenzione di liberarle. Di Stefano si
rivolge al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte costituzionale.
Berlusconi salva Berlusconi
Nel novembre 2002 torna a farsi viva la Consulta: basta proroghe a Rete4, che dovrà
emigrare su satellite entro il 1° gennaio 2004. Così le frequenze liberate andranno
finalmente a Europa7. Ma intanto Berlusconi è tornato al governo e, in vista della
scadenza, incarica l’apposito Gasparri di provvedere. Il ministro delle Comunicazioni
prepara, con l’aiuto di consulenti Mediaset, la legge Gasparri: ora il tetto del 20% va
calcolato sui programmi digitali e le reti analogiche, cioè sull’infinito. Dunque Rete4 non
eccede la nuova soglia antitrust e può restare dov’è. Il 16 dicembre 2003, però, Ciampi
respinge la legge al mittente. Ma a fine anno Berlusconi firma il decreto salva-Rete4 che
concede altri sei mesi di proroga, in attesa della Gasparri-2. Che viene approvata
nell’aprile 2004: la scusa per mantenere lo status quo in barba alla Consulta è sempre il
digitale terrestre, annunciato per il 2006, che dovrebbe portare nelle case degli italiani
centinaia di nuovi canali, facendo scomparire i tre di Berlusconi. A scanso di equivoci, gli
articoli 20 e 23 condonano di fatto Rete4, riconoscendo il diritto di trasmettere a «soggetti
privi di titolo» che occupano frequenze in virtù di provvedimenti temporanei, ma non a
Europa7, titolare di una legittima concessione. Chi ha perso la gara (Rete4) vince, chi ha
vinto la gara (Europa7) perde.
Di Stefano non demorde. Respinge gl’inviti a “mettersi d’accordo” o a “lasciar perdere” e
seguita a combattere per i suoi diritti. Il 12 luglio 2004,assistito dagli avvocati Grandinetti,
Mastroianni e Pace, si rivolge al Tar del Lazio per ottenere dallo Stato le frequenze e i 748
milioni di euro di danni subiti in cinque anni di forzata inattività. Nel luglio 2005 il Tar
respinge il suo ricorso, ma lui impugna tutto al Consiglio di Stato. Che a sua volta
interpella la Corte di giustizia europea di Lussemburgo perchè risponda a 10 quesiti sulla
compatibilità delle norme italiane con la normativa comunitaria.
Nel maggio 2006 il centrosinistra torna al governo. Il 19 giugno la Commissione europea
invia al nostro governo una lettera di «messa in mora» del duopolio Rai-Mediaset,
giudicando intollerabile che in Italia possa accedere al digitale terrestre solo chi già
possiede emittenti nell’analogico: cioè Rai e Mediaset, che escludono la concorrenza di
nuovi operatori. Se la Gasparri non sarà smantellata entro il 2009, l’Italia dovrà pagare una
multa fino a 400 mila euro al giorno con effetto retroattivo dal 2006. Il ministro delle
Comunicazioni Paolo Gentiloni presenta due ddl in materia tv: il primo riguarda gli assetti
del sistema radiotelevisivo, con norme antitrust, ma solo sulla pubblicità (Mediaset, che
controlla il 65%, dovrà scendere al 45); il secondo riguarda ruolo, proprietà e criteri di
nomina della Rai. Quanto al numero di reti, nulla cambia: in barba alla Consulta, Rete4
otterrà l’ennesima proroga. La scusa, come già nella Gasparri, è il sempre imminente
arrivo del digitale terrestre, fissato ora per il 2012 (6 anni dopo la data annunciata da
Gasparri). Allora – stabilisce Gentiloni – tutte le reti nazionali spegneranno il segnale
analogico e passeranno al digitale. Prima però, entro il 2009, Rai e Mediaset dovranno
anticipare il trasloco di una rete al digitale. Cambia qualcosa, nell’ottica del principio fissato
dalla Consulta? Assolutamente nulla. Mediaset si terrà le sue tre reti generaliste
esattamente come la Rai, in attesa di completare il passaggio al digitale nel 2012. E dopo?
Tutto come prima: resta il tetto del 20% già fissato da Gasparri sul mercato complessivo
della tv. Quanto ai diritti di Europa7, Gentiloni nulla dice sull’assegnazione delle frequenze
liberate nel 2009. In ogni caso i suoi due ddl non vedranno mai la luce.
Tsunami dal Lussemburgo
Intanto, a Lussemburgo, la causa procede. Il 30 novembre 2006 la Corte europea si
riunisce per l’ultima udienza pubblica. Ci si attenderebbe che, cambiato il governo, l’Italia
cambiasse posizione, riconoscendo finalmente i diritti acquisiti da Europa7. Invece, a
sorpresa, l’avvocato dello Stato Paolo Gentili, in rappresentanza del governo Prodi,
mantiene la linea del governo Berlusconi: difende la legge Gasparri. Gentiloni aveva scritto
al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta per sollecitarlo a modificare le
regole d’ingaggio all’Avvocatura dello Stato. Ma invano. L’Unione difende in Europa una
legge che ha promesso di smantellare in Italia. Il 21 febbraio 2007, all’indomani dello
sbarco in Parlamento della Gentiloni, Prodi cade sulla politica estera. Poi riottiene la
fiducia, ma in base a un programma ristretto che non fa più alcun cenno alle tv.
Nel settembre 2007 l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, il portoghese
Poiares Maduro, chiede ai giudici di dare ragione a Di Stefano e torto al governo italiano:
in Italia “emittenti prive della concessione sono autorizzate a proseguire l’attività, sebbene
eccedano la soglia antitrust”, mentre chi ha avuto la concessione è al palo dal 1999. Ma
“le aspettative degli operatori esistenti… non giustificano il proseguimento di una
situazione nella quale i diritti dei nuovi competitori svaniscono”.
Il 31 gennaio 2008 la Corte emette finalmente la sentenza: le norme italiane che
consentono a Rete4 di trasmettere al posto di Europa7 sono “contrarie al diritto
comunitario”, dunque illegali: la Maccanico, il salva-Rete4, la Gasparri, ma anche la
Gentiloni. Tutte infatti concedono un infinito “regime transitorio” a Rete4, che invece va
spenta subito, senza indugi, dando a Europa7 ciò che è di Europa7: “L’applicazione in
successione dei regimi transitori istituiti dalla legge n. 249/1997 (Maccanico, ndr) e dal
decreto legge n. 352/2003 (salva-Rete4, ndr) a favore delle reti esistenti ha avuto l’effetto
di impedire agli operatori sprovvisti di frequenze di trasmissione l’accesso al mercato”.
Idem per la Gasparri che, “prevedendo un’autorizzazione generale a operare sul mercato
dei servizi radiotelevisivi a favore delle sole reti esistenti, ha consolidato l’effetto restrittivo
constatato al punto precedente” e ha “prolungato il regime transitorio istituito dalla legge n.
249/1997”. La Gasparri e la Gentiloni concedono proroghe in attesa dell’imminente (?) e
magico digitale, ma con i giudici europei non attacca: “Le restrizioni non possono essere
giustificate dalla necessità di garantire una rapida evoluzione verso la trasmissione
televisiva in tecnica digitale. Infatti, anche qualora un obiettivo siffatto possa rappresentare
un obiettivo di interesse generale tale da giustificare restrizioni del genere, è giocoforza
constatare che la normativa italiana non si limita ad attribuire agli operatori esistenti un
diritto prioritario ad ottenere le frequenze, ma riserva loro tale diritto in esclusiva, senza
limiti di tempo alla situazione di privilegio così creata e senza prevedere un obbligo di
restituzione delle frequenze eccedenti dopo la transizione alla trasmissione in tecnica
digitale”. Conclusione: norme, direttive e regolamenti comunitari “ostano, in materia di
trasmissione televisiva, ad una normativa nazionale la cui applicazione conduca a che un
operatore titolare di una concessione si trovi nell’impossibilità di trasmettere in mancanza
di frequenze assegnate sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e
proporzionati”. Uno tsunami che spazza via vent’anni di tele-inciuci.
Veltrusconi, l’ultimo inciucio
La sentenza è immediatamente esecutiva e il governo italiano - pur dimissionario -
dovrebbe applicarla ipso facto, riprendendosi le frequenze occupate da Rete4. Ma il
ministro Gentiloni ci dorme sopra un mese. Poi, a fine febbraio, chiede al Consiglio di
Stato un parere sul da farsi: eseguire subito la sentenza o attendere la conclusione della
causa di Europa7? Mentre scriviamo, il Consiglio di Stato sta stilando la risposta. Intanto
ha fissato per il 6 maggio l’udienza per recepire a sua volta la sentenza europea: cioè per
quantificare il risarcimento dovuto a Europa7 (che chiede oltre un miliardo di euro) ed
eventualmente concederle le frequenze che le spettano (in caso contrario, il risarcimento
si moltiplicherebbe).
La bomba a orologeria ha iniziato a ticchettare (in parallelo col conto alla rovescia per la
supermulta annunciata dall’Ue se tra un anno la Gasparri sarà ancora in piedi). Ma la
classe politica fa finta di nulla. Solo Antonio Di Pietro e Beppe Giulietti chiedono di dare
“immediata esecuzione alla sentenza europea su Europa7 e spostare Rete4 sul satellite”.
Subissati di critiche, attacchi e improperi. Non solo dal partito Mediaset. Ma anche dal Pd.
Formidabile il commento di Marco Follini, l’ex vicepremier di Berlusconi ed ex segretario
dell’Udc, che ha votato tutte le leggi vergogna a cominciare dalla Gasparri e dunque è
stato promosso responsabile Informazione del Pd: “La posizione del Pd è contenuta nei
due ddl Gentiloni giacenti in Parlamento”. Furbetto e inconcludente Veltroni: “La nostra
proposta è la stessa del ministro Gentiloni e non è punitiva. Che ci sia bisogno di più
pluralismo è del tutto vero, per fortuna le tecnologie ci consentiranno di farlo”. Ma, come
abbiamo visto, la fu Gentiloni – con l’ennesima “fase transitoria” per Rete4 e l’eterno
annuncio del meraviglioso mondo digitale - è superata dalla sentenza di Lussemburgo. Ma
Veltroni quella sentenza la ignora. Tant’è che nel programma del Pd s’è limitato a scrivere:
“rispetto delle direttive europee e delle sentenze della Corte costituzionale”. E non - come
invece chiedeva Di Pietro - della sentenza della Corte di giustizia. Chi teme l’inciucio
prossimo venturo si tranquillizzi: Veltrusconi è già tra noi.
da l'Unità – 01.06.2008